L'era del cloud computing è cominciata da un pezzo e mai metafora fu più azzeccata – come quella della nuvola – per indicare la migrazione online di prodotti e servizi che un tempo risiedevano nel computer. Il cloud computing sta rendendo obsoleti i client di posta elettronica, i software da montare in locale, i sistemi operativi pesanti come macigni e persino i cattivi responsabili It di certe aziende (mica quelli in gamba). Quando si chiamava Software as a service, che non è un concetto molto distante, il cloud computing non faceva così fico... poi è arrivato Google che ha chiarito come la fruizione sia più importante del possesso, l'outsourcing creativo più conveniente dello sviluppo in house. La vita è in streaming – sembra la lezione di Mountain View – cosa cavolo vi ostinate a perdere tempo con i download e le installazioni, se ci pensiamo a tutto noi?
La cloud è figlia di internet e senza internet evapora. Cosa succederebbe alla nuvola se qualcuno dovesse realizzare davvero le reti di nuova generazione non a 100 megabit ma a un Gigabit (guarda caso Larry e Sergej ci stanno lavorando)? La nuvola diventerebbe il cyberspazio di William Gibson, l'iperuranio di Platone ma soprattutto diventerebbe Matrix, un contenitore per la realtà simulata, la diaspora dei nostri pensieri su un altro pianeta. Ricordate cosa diceva Morpheus a Neo quando gli spiega cos'è Matrix? “Matrix è ovunque, intorno a noi”. Salvo poi svegliarsi dal sogno per colpa di quella chiavetta che mannaggia, Antò, qui non ci stà campo...
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