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Il web in Italia vale 32 miliardi, il 2% del Pil

Se qualcuno non avesse ancora compreso fino in fondo la portata “economica” del web, farebbe bene a dare un occhio a questo studio di Boston Consulting Group (in Pdf, 1,5 Mb), commissionato da Google e intitolato Fattore Internet. Un'indagine che cerca di stimare l'incidenza della rete sull'economia italiana. Nel 2010 il valore della web-economy è stato di 31,6 miliardi di euro, pari al 2% del prodotto interno lordo nazionale, in crescita del 10% sul 2009. Per avere un termine di paragone, si sappia che i settori dell'agricoltura e delle utilities, sempre nel 2010, hanno raggiunto il 2,3% del Pil, mentre la ristorazione non è riuscita a superare il 2 per cento.

Certo, bisogna capire che cos'è internet, multiforme filiera, “costellazione” di servizi e competenze, oltre che di prodotti. Intanto oltre la metà di questi 31,6 miliardi è fatta dalla componente “consumo”, pari a 17,4 miliardi, più altri 11,2 miliardi che arrivano dai privati (soprattutto dagli investimenti degli operatori di telecomunicazione nelle reti), più altri 7,1 miliardi di spesa “istituzionale” da parte di Stato ed enti pubblici. Tutte cifre alle quali bisogna sottrarre le importazioni nette di 4,1 miliardi. Dei 17,4 miliardi della voce "consumo" il 65% (oltre 11 miliardi) è dato dall'acquisto di prodotti, servizi e contenuti online. In pole position tra i servizi c'è sempre il turismo, che batte informatica, elettronica di consumo, assicurazioni e abbigliamento. Mentre tra i contenuti digitali i più ricercati non sono le news, ma il gaming e nello specifico il poker online, che nel 2010 ha registrato una raccolta di oltre 3 miliardi di euro. Il rimanente 35% della voce consumo (circa 6,4 miliardi) se ne va nell'hardware per connettersi in rete, in tablet, smartphone e ovviamente nelle bollette telefoniche. Cioè in tutto ciò che permette “fisicamente” di accedere a internet.

E poi c'è l'indotto. Se consideriamo anche il Ropo (Research online, Purchased offline, i beni acquistati nel mondo reale, ma solo dopo essersi informati in rete) a questi 31,6 miliardi ne vanno aggiunti altri 17, più altri 7 miliardi legati all'eprocurement, cioè all'acquisto di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione attraverso piattaforme online. Totalone: quasi 56 miliardi.

Dallo studio emerge anche quanto la rete possa essere un'ottima leva di sviluppo per le aziende, soprattutto per le piccole e medie (le famose Pmi, il "nerbo" del tessuto industriale italiano). Nell'ultimo triennio le imprese che non solo hanno messo in piedi un sito internet, ma che si sono anche attivate online con piattaforme di commercio elettronico e webmarketing hanno visto crescere i loro ricavi dell'1,2%, contro la flessione 2,4% di quelle dotate solo di sito-vetrina e il -4,5% di quelle che hanno snobbato completamente l'online. Inoltre le Pmi molto attive su internet hanno registrato un'incidenza delle vendite all'estero del 15% rispetto all'8% di quelle con solo il sito-vetrina e il 4% di quelle offline.

Le previsioni. Da qui al 2015 la crescita annua del valore economico del web potrebbe oscillare tra il 13 e il 18 per cento. E sempre tra quattro anni l'incidenza del cyberspazio sul prodotto interno lordo italiano potrebbe stimarsi tra il 3,3 e il 4,3 per cento. Conclusione: Bcg stima che nel 2015 tutto l'ecosistema economico di internet potrebbe valere in Italia 59 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto a oggi.

Scarica il report Fattore Internet di Boston Consulting Group (in Pdf, 1,5 Mb)

Commenti

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Non ho letto il rapporto ma il commento che faccio, in base a quanto scritto nel tuo articolo, è che la situazione fotografata riguarda "il passato".
Per spiegarmi meglio si può fare riferimento al fatto che il web 2.0 ( o il prossimo 3.0 che verrà) varrà un sacco di soldi per quanto riguarda ad esempio la pubblicità (la valorizzazione più o meno esagerata di 100 US$ "a contatto" con la quale si stima la capitalizzazione di Facebook 50 Miliardi US$ è un indicatore) senza contare che le procedure di acquisto mediante gli smart phone (mi riferisco al Near Field Communication) andranno a portare nel "valore del Web" anche tutto il business delle attuali carte di credito (che al momento non riesco a quantificare ma direi che dovrebbe essere non poco).
Il buona sostanza "la virtualizzazione" di una parte del commercio (ed annessi pubblicità , marketing, etc) di una parte dei servizi (banche, rapporti con le istituzioni, etc) oltre , come su esposto, ai potenziali futuri business ora solo embrionali, rende il potenziale valore del web enorme.
Pensate solamente ha quanto può valere la "virtualizzazione" del denaro , nel senso di quanto si potrebbe risparmiare con la "non gestione" del denaro contante.
Ho come l'impressione che il business pubblicitario e la concorrenza fra il "mondo nuovo" (il WEB ) ed il "mondo vecchio" (la TV) tenderà a "rallentare" lo sviluppo della banda larga (fissa e mobile) nella nostra cara patria.
Massimo

se davvero andrà in porto la nuova normativa Europea in materia di Ecommerce possiamo dire addio a "ottima leva di sviluppo per le aziende, soprattutto per le piccole e medie (le famose Pmi, il "nerbo" del tessuto industriale italiano)"

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