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Disavventure di un pagatore analogico di tasse

La storia che state per leggere è il racconto di una mattinata fantozziana che un semplice servizio digitale avrebbe potuto evitare.Ve ne parlo perché quando si affrontano i temi legati all’innovazione fa molto chic tirare in ballo i massimi sistemi, tralasciando i fatti, la vita concreta. Proviamo a ribaltare la prospettiva, partendo da una delle cose più concrete che esistano: la spazzatura. Anzi dalla Tarsu, la Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. A proposito penso di avere qualcosa da dire, svolgendo nella mia famiglia la funzione, tra le altre, di waste manager, di direttore operativo dellla monnezza, con riporto diretto all’amministratore delegato (mia moglie).

Ieri ore 9.30. Mi arrivano a casa 310 eurini da pagare per la Tarsu con bollettino postale. Apro il conto online per saldare il dovuto ma scopro che il mio Comune di residenza, alle porte di Milano (mica in Kirghizistan), non consente i pagamenti digitali per questa categoria di tasse. Ore 10.00. Vado in posta e c’è una fila di venticinque persone che non hanno iniziato la giornata esattamente nel migliore dei modi. Ore 11.16. Arriva il mio turno ma l’oretta e un quarto di attesa è passata in fretta perché la tenerissima signora Rosalia, con stivaletto gommato e baffo discretissimo, che sta dietro di me, mi racconta la storia della sua vita. Tra l’altro, poiché è appena capicollata per strada mi sceglie come bastone della sua vecchiaia, quindi facciamo la fila a braccetto, ormai siamo quasi parenti e mi ha adottato. Dice che ha un nipote della mia età che non le telefona mai (“Stu disanuratu um mi chiama mai”). Ecco, arriva il mio turno, mi svincolo con dolcezza da donna Rosalia e scatto in direzione dello sportello, infilo il bollettino sotto il vetro e chiedo se posso pagare coni l bancomat. “Certo”, ma il computer si blocca e io sento di dover prendere un bel respiro. Ore 11.28. Il Pc della signora impiegata riprende coscienza. Ma il mio bancomat non viene letto. “Dovrebbe pagare in contanti”, mi dice. Ovviamente nel portafogli ho solo 20 euro, la mancia che mi dà mia moglie. Vado fuori a prelevare e perdo la fila. Ora più che di un altro respiro ho bisogno di un tranquillante. Ore. 11.45. Ritiro i soldi dal bancomat e aspetto di nuovo il mio turno. Però sono fortunato perché ora c’è solo un cliente, che però va lunghino. Origlio, l’operazione è complicatissima ma ce la faremo. Ore 12.05. E’ ancora il mio turno, pago e sono fuori. Torno all’auto parcheggiata a poche centinaia di metri e per miracolo riesco a fermare la mano sacrilega del vigile, che sta per multarmi. “Pulizia delle strade”, mi rimprovera. Tento una supplica e il vigile capisce che ho avuto una mattinata complessa e mi grazia. Bel cappello, signor vigile. Risultato: oltre due ore per portare a termine un’operazione che avrebbe richiesto al massimo cinque minuti, da casa, davanti al mio computer. Quando parliamo di innovazione, banda larga, pubblica amministrazione digitale parliamo anche di spazzatura. Ricordatevelo.

Tarsu

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