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"Cara Italia delle startup, sei una perdente"

Ricevo e pubblico volentieri questo intervento di Vincenzo Iozzo, uno degli hacker più in gamba che ci siano in giro, super esperto di sicurezza informatica, ma anche investitore e startupper. Fatemi sapere cosa ne pensate. Devo dire che non sono d'accordo su tutto, però mi sembra una provocazione interessante.

Di fronte al mio ufficio a New York c’è un bar aperto da un gruppo di ragazzi, non uno dei soliti Starbucks. La mattina, quando compro il caffè, lo pago con la carta di credito o con il cellulare. I proprietari non storcono il naso perché la commissione delle Amex è del 2,89%, anzi mi invitano a scaricare l’app che mi permette di tenere traccia del numero di caffè comprati fino a quel momento, così da poterne ricevere uno gratis, di tanto in tanto. Sapete come controllano quando è arrivato il momento del caffè gratuito? Usano un iPad per tutte le ordinazioni e i pagamenti. Al bar sotto casa a Milano i proprietari non hanno ancora ben chiaro come si possa utilizzare internet per fare affari. Ecco perché gli imprenditori italiani farebbero meglio a lasciare perdere il consumer internet. Le idee vengono quando le persone sono immerse in ecosistemi stimolanti o quando hanno bisogno di risolvere un problema che le tocca da vicino. Purtroppo in Italia il presente è già la preistoria di altri Paesi e i nostri problemi molto probabilmente sono già stati risolti da qualche altra parte. Questo non significa che dobbiamo abbandonare l’idea di fare startup o che l’Italia sarà perennemente seconda ma solo che dobbiamo cambiare registro e ispirarci a paesi come Israele. Cosa intendo?

Quando si parla di startup Tel Aviv non è esattamente il primo posto che viene in mente, eppure Israele è definita la “Startup Nation”. In seguito al “decennio perso”, quando il debito pubblico del paese salì al 300% del Pil, il governo decise di creare politiche che aiutassero lo sviluppo di nuove aziende per evitare che l’economia collassasse di nuovo. Oggi trovare capitali lì, sia pubblici e sia privati, è estremamente facile. Ma il fatto più importante però non è l’afflusso di venture capitalist, ma un altro: Israele ha capito che la competizione nel consumer internet non è ad armi pari rispetto agli Usa. Per cui dopo molti tentativi falliti o conclusi in acquisizioni di basso profilo oltreoceano, ora le startup più fruttuose si concentrano su settori molto verticali. Come Takadu, che offre un prodotto in grado di identificare falle negli oleodotti in tempo reale. Oppure Mintigo, azienda specializzata nelle profilazione di utenti in grossi database per comprenderne i gusti o le preferenze. Servizi che nell’era del “big data” possono tornare utili a più di una corporation. L’Italia dovrebbe fare lo stesso, cercare nicchie non ovvie dove la barriera di ingresso delle idee sia superiore, e insieme saper configurare un database e magari pure scrivere qualche riga di codice in Ruby o Php.  E poi se proprio si vuole insistere sul consumer internet allora è meglio fare un salto negli Stati Uniti e provarci. Pare funzioni.

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