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Fare start up in Italia? Si può, ma con investitori americani

Ricevo e pubblico questo intervento di Alessandro Bruzzi (26 anni) sulle startup, che continua la mini-saga lanciata da Vincenzo Iozzo. Tra le righe (ma non troppo), Alessandro critica i venture capitalist italiani e chiude con una citazione straordinaria.

Fare start up in Italia è davvero... un’impresa! Ma è assolutamente possibile, purché determinati. Dopo due aziende fondate, nel 2011 mi sono rimesso in gioco e ho iniziato a lavorare sul personal shopper YooDeal. L’idea alla base è semplice: capire cosa può interessare agli utenti, capire cosa offre il mercato e associare la domanda all’offerta, creando valore per tutti. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il meglio delle tecnologie e dei talenti disponibili, un motore semantico, algoritmi sofisticati e tanto sviluppo. Vi assicuro che questi talenti in Italia non mancano. Come me e come i miei soci (Dario, Edoardo, Elio, Vitalie, Antonio e Luca) sono moltissimi i ragazzi che si rimboccano le maniche per creare la loro Silicon Valley nel Belpaese. Basta fare un giro, per esempio, nel talent garden di Davide Dattoli a Brescia per vedere la passione al lavoro in un innovativo spazio di co-working. La generazione di idee e di opportunità è esponenziale quando ognuno mette la propria passione al servizio degli altri. La materia prima insomma da noi è ottima e questo è molto importante per far nascere e crescere start up. Però non basta. 

Per questo motivo, poco più di un anno fa i due principali co-fondatori di YooDeal si sono trasferiti a New York, sponsorizzati da un angel investor americano (Mobile Avenue Solutions). È stato il primo finanziamento (seedfunding) che ci ha permesso di lanciare il sito. Perché contando solo su investitori e su un ecosistema di venture capital italiani non credo che avremmo fatto così tempestivamente. E per una start up la tempestività è tutto: sei mesi di ritardo, spesi alla ricerca di un investitore, sono quei sei mesi in cui, magari, qualcuno ti sorpassa. In questo contesto, quando si parla di “impresa”, siamo ancora portati ad associare le immagini di grandi impianti industriali, ciminiere, carrelli. Una realtà importante, quella manifatturiera, ma incompleta: oggi le nuove aziende non possono esistere senza il web. In un Paese segnato dal digital divide, dove la connessione internet è una risorsa scarsa e gli investimenti nella rete non sembrano essere una priorità, nasce spontaneo chiedersi se c’è speranza. Io dico di sì. E la speranza, ancora una volta, trova appiglio nelle persone. Immaginate che questo Paese possa dare vita alla prossima Apple. Diceva Walt Disney: se puoi sognarlo, puoi farlo. Noi, lo stiamo facendo (Alessandro Bruzzi).

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