5 novembre 2012 - 11:22
Agenda digitale, il 63% degli italiani non sa cos'è
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Categorie: Economia digitale
5 novembre 2012 - 11:22
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Categorie: Economia digitale
12 ottobre 2012 - 14:44
Il tam-tam mediatico che si è creato intorno alle startup è un successo straordinario. E c'è qualcosa di miracoloso nel fatto che un Governo (italiano, sì italiano!) abbia preso a cuore la questione delle aziende “giovani” traducendo nel decreto Sviluppo i consigli di una taskforce di esperti veri, mica di politicanti. Una norma su tutte: la detrazione Irpef del 19% per gli startupper che investiranno nel loro capitale sociale (che per le aziende diventa del 20% sul reddito imponibile). Ok, si poteva fare di più, ma intanto è un inizio. Eppure intorno alle startup aleggia un surplus di retorica, uno scintillare di lustrini che poco ha a che fare, secondo me, con il mondo dell'imprenditoria. Oggi infatti la parola startup fa figo, serve per attirare l'attenzione, per finire sui giornali, un po' come negli anni belli e sciagurati della new economy bastava un “.com” per generare poderosi attacchi di priapismo. Cose che passano, come sappiamo. Il ridicolo lo raggiungono poi alcuni uffici stampa: “Ascolta – mi sussurrano al telefono – ho da proporti una startup fantastica”. Che di solito è un'azienda di cui avevo scritto otto anni prima e che ora cerca visibilità dopo essersi data una spolveratina.
Nei giorni scorsi ho partecipato all'Ict Forum, un convegno sull'informatica organizzato da Agomir, la classica multinazionale tascabile italiana con oltre trent'anni di storia alle spalle. All'Ict Forum si è cercato di fare il punto proprio sull'hi-tech nostrano, a partire curiosamente da una nota critica sulle startup, che ho condiviso solo in parte, di Gianni Camisa, l'amministratore delegato di Dedagroup. “Il fatto che si parli di startup è positivo – ha sostenuto Camisa – ma non si può ignorare che moltissime aziende già affermate possono innovare con efficacia realizzando le loro idee di business”. Tradotto: non ci sono solo le startup, molte delle quali hanno ancora tutto da dimostrare, ma anche aziende che hanno generato posti di lavoro e profitti. Io credo che spingere sulle startup sia doveroso ma anche che troppo marketing, a questo punto della storia, non giovi a nessuno. Perché per andare a breakeven i lustrini servono meno dell'olio di gomito. E questo chi si mette in gioco per costruire una nuova azienda lo sa meglio di tutti.
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Categorie: Economia digitale, startup
13 settembre 2012 - 11:14
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Categorie: Economia digitale, startup
6 settembre 2012 - 11:01
Google affila le armi sulla pubblicità online – l'unica che cresce – e si prepara a mettere a segno in Italia un obiettivo per certi versi sconvolgente: conquistare entro il 2015, nel nostro Paese, il 20% del mercato totale dell'advertising e arrivare a raccogliere 2 miliardi di euro, il doppio dell'attuale raccolta della Rai e in teorico pareggio con Mediaset, che potrebbe scendere in tre anni proprio a quota 2 miliardi dagli attuali due miliardi e quattrocento milioni. Questo, ovviamente, ipotizzando una rivitalizzazione del comparto tutta focalizzata sul digitale, che dovrebbe salire tra 36 mesi a circa dieci miliardi di euro dagli attuali 8-8,2 miliardi. Si tratta di un piano “segretissimo”, non confermabile e non confermato, che tuttavia sarebbe noto a molti centri media. E comunque informazioni ufficiali non se ne avranno mai, su Google, come su molte multinazionali. Funziona così. E infatti sulla raccolta di Big G non esistono dati ufficiali anche perché è assente dai panel Nielsen e Audiweb (almeno per la parte di monitoraggio), però gli esperti del settore i loro conti li hanno fatti.
Oggi Google e Youtube hanno in mano più del 50% della pubblicità digitale, pari ad almeno 650 milioni di euro, su un totale a fine anno di circa 1,2 miliardi. Di certo il colosso americano ha puntati su di sé gli occhi di tutte le varie Authority, a partire dall'Antitrust e con il suo presidente, Giovanni Pitruzzella, che nella relazione annuale dello scorso giugno aveva lanciato l'idea di inserire le attività “mediatiche” di Mountain View nel famoso Sic, il Sistema integrato delle comunicazioni, così come tutta la pubblicità online, con un tetto del 20% già previsto dalla vecchia Legge Gasparri. In luglio poi il Parlamento ha convertito in legge il decreto editoria, che dava appunto il via libera a questi limiti anche per la cyber-pubblicità.
Del resto Google, con la sola search (poco meno di 500 milioni), supera ampiamente la raccolta di un gruppo come Rcs, che tra quotidiani e periodici dovrebbe chiudere l'anno a 350 milioni. Mentre Youtube potrebbe attestarsi su una raccolta di 100 milioni (anche se le stime più prudenti parlano della metà, circa 50 milioni), quando La7 arriverà al termine del 2012 a portare a casa 185 milioni di spot, più un'altra decina di La7D. Sappiamo però che Google fattura fuori dal nostro Paese e che ha una delle sue sedi più importanti in Irlanda. Una domanda: se l'obiettivo dei 2 miliardi fosse davvero raggiunto è ipotizzabile che un'azienda del genere continui a portare tanto denaro fuori dal Paese? In un'intervista sul Sole 24 Ore del 12 aprile scorso (scarica il Pdf del giornale), uno dei vicepresident di Google, Carlo D'Asaro Biondo, mi disse: “E' demagogico sostenere che, per un'azienda, l'unico modo di portare valore a un territorio sia attraverso le tasse”. Io credo invece che sarebbe un bell'inizio, cercando magari sul fronte opposto (cioè quello del Governo) di calmierare un fisco-vampiro che non attira certo gli investimenti. Considerazione che vale però per tutte le imprese, mica solo per gli americani.
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Categorie: Advertising, Analisi, Economia digitale
31 agosto 2012 - 14:10
"La Srl a 1 euro non porterà alcun beneficio significativo. Anzi: per molti aspetti potrebbe rivelarsi uno strumento inadatto". E' questo il parere dell'avvocato Francesco Portolano, esperto (tra le altre cose) di internet, media e startup, che ha scritto ai Bastioni di Orione. Su alcune cose sono d'accordo anche se ritengo che il tentativo del Governo sia comunque meritorio. Mi piacerebbe che l'intervento di Francesco aprisse il dibattito.
Scrive l'avvocato Portolano.
1) Oggi esistono due nuovi modelli di società: la “Srl semplificata”, per gli under 35, e la “Srl a capitale ridotto”, per gli over 35. Mi domando: è una semplificazione prevedere due nomi diversi, due articoli di legge diversi (uno non è neanche nel codice civile) e discipline molto simili solo perché in un caso i soci sono sotto i 35 anni e nell'altro sopra? Non si poteva prevedere un solo modello societario applicabile a giovani e meno giovani?
2) C'è un malinteso sul funzionamento del capitale nelle Srl. I famigerati 10mila euro di capitale richiesti per una Srl normale non rimangono in banca congelati ma possono essere utilizzati dai soci come vogliono. Infatti una volta completato il processo per la costituzione, la somma viene restituita sul conto della società. Quindi i soldi del capitale non sono a fondo perduto ma possono essere utilizzati per comprare macchinari e computer, pagare stipendi e fornitori, registrare marchi e così via. A dire il vero, non occorrono neanche 10mila euro uro, in quanto se ci sono almeno due soci è sufficiente versare 2.500 euro, che poi si possono “riprendere”. Se invece uso la “Srl a 1 euro”, non devo anticipare alcuna somma. Bello. Ma come comprerò i miei macchinari e computer? Come pago i fornitori? Ho comunque bisogno di denaro. Il problema, invece, è l’accesso al credito bancario e a finanziamenti di diversa natura. Cambiare le norme del codice civile sul capitale non farà avere neanche un euro in più a chi vuole avviare un impresa.
3) D’altronde la genesi della “Srl per over 35” sembra essere estemporanea. Dalla relazione alla legge che la introduce: “la proposta emendativa contribuisce a migliorare la posizione del nostro Paese nella classifica Doing Business. […] La sola rimozione del vincolo anagrafico consentirebbe di uniformarsi al benchmark dei nostri competitors Ue, garantendo un avanzamento di ben 6 posti nella classifica generale …” A me sembra che questo linguaggio tradisca un’eccessiva attenzione al problema estetico del “come siamo messi in classifica” rispetto al tema sostanziale “come aiutiamo concretamente a fare impresa”.
4) Sul fronte dei costi di costituzione la Srl semplificata è invece effettivamente vantaggiosa, perché sono eliminati circa 2mila euro di onorari notarili e spese. Ma perché allora non eliminare tutte le spese, visto che dovrebbero rimanere le somme dovute a vario titolo nell’ordine di qualche centinaio di euro? E soprattutto perché discriminare gli “over 35” che sono costretti a pagare il notaio e tutte le spese? Gli over 35 sono benestanti per definizione?
5) Lo statuto standard (che pare essere obbligatorio e non modificabile) nel testo pubblicato dal Ministero è a mio modesto avviso del tutto inadeguato perché omette di disciplinare numerosi temi relativi al funzionamento della società. Per farsi un’idea: uno statuto di una Srl normale è un documento di numerose pagine (dieci? venti? Certo non una come quello del ministero!). Non era meglio fare riferimento ai vari modelli esistenti o agli statuti adottati in concreto e analizzarli e redigere un documento standard sufficientemente articolato in modo da non lasciare così ampio spazio a dubbi e incertezze? Per esempio, secondo lo statuto standard non sembra possibile tenere Consigli di amministrazione e assemblee in teleconferenza. E' uno sfizio da nerd? Mica tanto.
6) Cosa succede quando il tempo passa e i soci superano la fatidica soglia dei 35 anni? Non si sa...
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Categorie: Economia digitale, startup
18 agosto 2012 - 9:33
L'accordo sfumato tra Telecom Italia e Metroweb sulla fibra ottica a Milano segna un piccolo ma significativo allontanamento del progetto delle reti ultraveloci: un “calcetto” al futuro di internet mentre nuora e suocera continuano a non volersi parlare, nonostante i sorrisi di circostanza. Ed è curioso che la comunicazione resti muta anche in ambito locale, su un territorio segnato da una geografia tecnologica sui generis come il capoluogo lombardo, dove quintalate di fibra già corrono nel sottosuolo e un'intesa sarebbe auspicabile tra chi queste infrastrutture le potenzierà, esportandole in altre 30 città, e chi invece le potrebbe accendere con le sue competenze “telefoniche”. Certo, la partita di Milano è solo un pezzo del grande puzzle dell'Ngn (Next generation networks), le reti di nuova generazione il cui incremento della penetrazione del 10% corrisponde un aumento del Pil procapite pari all'1,2 per cento. Sotto la “Madunina” Telecom e Metroweb dovevano accordarsi sui “verticali”, cioè sul quel tratto di fibra ottica che collega le cantine degli edifici, dove spesso hanno sede i famosi “armadi” telefonici, e le case degli utenti. Cosa è andato storto?
Il motivo dello scontro è invariato: Telecom ha in mente un modello di rete diverso da quello di Metroweb e del fondo F2i di Vito Gamberale, il suo azionista di riferimento. Franco Bernabé e Marco Patuano, presidente esecutivo e amministratore delegato del gruppo telefonico, sono convinti che la loro rete in rame si possa spremere ancora e che in Italia sia prematuro dare ai clienti più di 100 megabit quando a circa la metà della popolazione non interessa neppure mettersi davanti a un computer. Telecom, poi, vorrebbe portare la fibra solo fino agli armadi mentre F2i punta su un modello più efficiente ma costoso, la fibra direttamente negli appartamenti. Dopo un tira e molla che sembrava preludere a un avvicinamento, cosa ha riallontanato Telecom da Gamberale e dall'altro azionista “forte”, la Cdp di Franco Bassanini (che è anche presidente di Metroweb)? Per capirlo serve scomodare Bruxelles.
Con un'inversione di rotta rispetto al passato, in luglio il commissario per l'Agenda digitale, Neelie Kroes, ha anticipato sul suo blog il “succo” della raccomandazione comunitaria riguardante il costo dell'unbundling, l'ultimo miglio delle reti telefoniche dato in affitto dagli ex monopolisti ai concorrenti. La Kroes si è detta tutto sommato contraria alla riduzione dei costi d'accesso alla rete in rame, che in questo modo continuerebbe a “rendere” bene ai vecchi incumbent, Telecom compresa. Infatti fino a qualche mese fa il refrain poco contraddetto dall'Ue era: se continueremo a tenere alti i prezzi del rame, perché le grandi società dovrebbero spostarsi verso la fibra ottica? Eppure la posta in gioco è troppo alta e l'Italia sulle infrastrutture digitali rimane indietro rispetto ai concorrenti europei. Ecco perché frenare sulla fibra sarebbe legittimo solo se non si intralciasse lo sviluppo del Paese, fatta salva la libertà decisionale che un soggetto privato può o deve avere nell'interesse dei suoi azionisti. Ecco perché suocera e nuora dovrebbero sedersi allo stesso tavolo a parlare di futuro.
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Categorie: Analisi, Economia digitale, News Tlc, Opinioni, Tlc/Regolatorio
29 giugno 2012 - 16:01
Ricevo e pubblico questo intervento di Alessandro Bruzzi (26 anni) sulle startup, che continua la mini-saga lanciata da Vincenzo Iozzo. Tra le righe (ma non troppo), Alessandro critica i venture capitalist italiani e chiude con una citazione straordinaria.
Fare start up in Italia è davvero... un’impresa! Ma è assolutamente possibile, purché determinati. Dopo due aziende fondate, nel 2011 mi sono rimesso in gioco e ho iniziato a lavorare sul personal shopper YooDeal. L’idea alla base è semplice: capire cosa può interessare agli utenti, capire cosa offre il mercato e associare la domanda all’offerta, creando valore per tutti. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il meglio delle tecnologie e dei talenti disponibili, un motore semantico, algoritmi sofisticati e tanto sviluppo. Vi assicuro che questi talenti in Italia non mancano. Come me e come i miei soci (Dario, Edoardo, Elio, Vitalie, Antonio e Luca) sono moltissimi i ragazzi che si rimboccano le maniche per creare la loro Silicon Valley nel Belpaese. Basta fare un giro, per esempio, nel talent garden di Davide Dattoli a Brescia per vedere la passione al lavoro in un innovativo spazio di co-working. La generazione di idee e di opportunità è esponenziale quando ognuno mette la propria passione al servizio degli altri. La materia prima insomma da noi è ottima e questo è molto importante per far nascere e crescere start up. Però non basta.
Per questo motivo, poco più di un anno fa i due principali co-fondatori di YooDeal si sono trasferiti a New York, sponsorizzati da un angel investor americano (Mobile Avenue Solutions). È stato il primo finanziamento (seedfunding) che ci ha permesso di lanciare il sito. Perché contando solo su investitori e su un ecosistema di venture capital italiani non credo che avremmo fatto così tempestivamente. E per una start up la tempestività è tutto: sei mesi di ritardo, spesi alla ricerca di un investitore, sono quei sei mesi in cui, magari, qualcuno ti sorpassa. In questo contesto, quando si parla di “impresa”, siamo ancora portati ad associare le immagini di grandi impianti industriali, ciminiere, carrelli. Una realtà importante, quella manifatturiera, ma incompleta: oggi le nuove aziende non possono esistere senza il web. In un Paese segnato dal digital divide, dove la connessione internet è una risorsa scarsa e gli investimenti nella rete non sembrano essere una priorità, nasce spontaneo chiedersi se c’è speranza. Io dico di sì. E la speranza, ancora una volta, trova appiglio nelle persone. Immaginate che questo Paese possa dare vita alla prossima Apple. Diceva Walt Disney: se puoi sognarlo, puoi farlo. Noi, lo stiamo facendo (Alessandro Bruzzi).
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Categorie: Economia digitale, startup, Web/Tecnologia
11 giugno 2012 - 10:51
Le app italiane iniziano a far girare un bel business. A certificarlo sono i “ragazzi” della School of management del Politecnico di Milano, che con il loro Osservatorio Ict raccontano per il 2011 dei numeri molto interessanti. L'anno scorso, infatti, i ricavi da “mobile apps” sono raddoppiati a quasi 80 milioni di euro. Più in generale dopo tre anni di contrazione, il mercato dei “mobile content & apps” (pay più advertising) è tornato a crescere del 4%, toccando i 530 milioni di euro. La quota di revenue derivanti dal pagamento degli utenti vale il 90% del business, mentre la pubblicità “solo” il 10 per cento. Il settore è trainato dalla crescita di giochi (+44%), musica (+39%) e video (+30%). Sempre a livello generale crescono anche i ricavi complessivi da mobile advertising (+50%, 56 milioni di euro) grazie agli investimenti in display advertising all’interno di applicazioni e mobile site e in keyword advertising. Nel frattempo ancora nel 2011 la spesa degli utenti per navigare in internet dal cellulare e dallo smartphone è esplosa: con un +52% sono stati superati gli 800 milioni di euro. Mica male.
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Categorie: Economia digitale, Editoria, Giochi, Web/Tecnologia
8 giugno 2012 - 18:34
Massimo Marchiori lascia Volunia e si congeda dalla sua “creatura” con una lettera pubblicata in anteprima sul Sole24Ore.com. Una lettera che, per quanto comprensibile sia l'umana disillusione, contiene dei passaggi con i quali faccio fatica a solidarizzare. Volunia è “un motore a cui ho lavorato usando il poco tempo che mi restava dopo tutti gli altri impegni e, lo ammetto, anche controvoglia – scrive Marchiori – un compromesso per il bene di un progetto, anche se ero dell'opinione che non c'erano il tempo nè le risorse per renderlo anche solo comparabile agli altri motori, Google in primis”. Quindi, professore, lei ha lavorato al motore-Volunia controvoglia? Il motore di ricerca era ed è il volto che lei, fino a prova contraria, aveva deciso di dare al suo progetto per annunciarsi al mondo e mi è chiarissima la differenza tra progetto particolare (motore) e quello più generale (una piattaforma "sopra" il web) . Ma quando tutti noi giornalisti la chiamavamo per parlare della tecnologia italiana che sfidava i colossi internazionali lei, per primo, non ci credeva? Il discorso che fa è chiaro: aveva in mente un ecosistema più grande e meno “vendibile” di quello che il suo socio l'ha convinta a “volgarizzare”. Eppure sul fronte della copertura mediatica non mi sembra che il lancio di Volunia sia stato un flop. Il flop è un altro, purtroppo, e non è il prodotto al quale lei avrebbe il sacrosanto diritto di lavorare con tutta l'autonomia del caso. Il flop è l'aver sviluppato Volunia senza quella passione che è mancata ad altri come a lei, trasformandola, purtroppo, in un cattivo esempio. Ma sono convinto che si riscatterà, lo dicono la sua storia e la sua dedizione. In bocca al lupo, professore. E ci ripensi.
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Categorie: Economia digitale, Opinioni, Persone
7 giugno 2012 - 20:48
Ricevo e pubblico volentieri questo intervento di Vincenzo Iozzo, uno degli hacker più in gamba che ci siano in giro, super esperto di sicurezza informatica, ma anche investitore e startupper. Fatemi sapere cosa ne pensate. Devo dire che non sono d'accordo su tutto, però mi sembra una provocazione interessante.
Di fronte al mio ufficio a New York c’è un bar aperto da un gruppo di ragazzi, non uno dei soliti Starbucks. La mattina, quando compro il caffè, lo pago con la carta di credito o con il cellulare. I proprietari non storcono il naso perché la commissione delle Amex è del 2,89%, anzi mi invitano a scaricare l’app che mi permette di tenere traccia del numero di caffè comprati fino a quel momento, così da poterne ricevere uno gratis, di tanto in tanto. Sapete come controllano quando è arrivato il momento del caffè gratuito? Usano un iPad per tutte le ordinazioni e i pagamenti. Al bar sotto casa a Milano i proprietari non hanno ancora ben chiaro come si possa utilizzare internet per fare affari. Ecco perché gli imprenditori italiani farebbero meglio a lasciare perdere il consumer internet. Le idee vengono quando le persone sono immerse in ecosistemi stimolanti o quando hanno bisogno di risolvere un problema che le tocca da vicino. Purtroppo in Italia il presente è già la preistoria di altri Paesi e i nostri problemi molto probabilmente sono già stati risolti da qualche altra parte. Questo non significa che dobbiamo abbandonare l’idea di fare startup o che l’Italia sarà perennemente seconda ma solo che dobbiamo cambiare registro e ispirarci a paesi come Israele. Cosa intendo?
Quando si parla di startup Tel Aviv non è esattamente il primo posto che viene in mente, eppure Israele è definita la “Startup Nation”. In seguito al “decennio perso”, quando il debito pubblico del paese salì al 300% del Pil, il governo decise di creare politiche che aiutassero lo sviluppo di nuove aziende per evitare che l’economia collassasse di nuovo. Oggi trovare capitali lì, sia pubblici e sia privati, è estremamente facile. Ma il fatto più importante però non è l’afflusso di venture capitalist, ma un altro: Israele ha capito che la competizione nel consumer internet non è ad armi pari rispetto agli Usa. Per cui dopo molti tentativi falliti o conclusi in acquisizioni di basso profilo oltreoceano, ora le startup più fruttuose si concentrano su settori molto verticali. Come Takadu, che offre un prodotto in grado di identificare falle negli oleodotti in tempo reale. Oppure Mintigo, azienda specializzata nelle profilazione di utenti in grossi database per comprenderne i gusti o le preferenze. Servizi che nell’era del “big data” possono tornare utili a più di una corporation. L’Italia dovrebbe fare lo stesso, cercare nicchie non ovvie dove la barriera di ingresso delle idee sia superiore, e insieme saper configurare un database e magari pure scrivere qualche riga di codice in Ruby o Php. E poi se proprio si vuole insistere sul consumer internet allora è meglio fare un salto negli Stati Uniti e provarci. Pare funzioni.
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Categorie: Economia digitale, hacking, startup
30 maggio 2012 - 13:52
Oggi vi inondo con un po’ di dati che riguardano il traffico internet da qui al 2016. Dovrebbero dare l’idea, al di là dei tecnicismi, della mole di informazioni che viaggeranno sulle autostrade digitali. La fonte è il report di Cisco e il suo Visual Networking Index (Vni), tra i più prestigiosi in materia. Nel 2016 il traffico internet mondiale raggiungerà quota 1,3 zettabyte, quadruplicando rispetto al 2011. Uno zettabyte, che non è una parolaccia, è pari a un trilione di gigabyte. Un boom pazzesco se si pensa che tra cinque anni ogni ora viaggeranno sul web qualcosa come 150 petabyte di dati, l’equivalente di 278 milioni di persone che scaricano contemporaneamente un film in alta definizione (a una velocità media di streaming di 1,2 megabit). Sempre nel 2016 nel mondo ci saranno circa 18,9 miliardi di connessioni di rete (l’anno scorso il dato era di 10,3 miliardi). Come dire: due connessioni e mezza per ogni abitante della Terra, anche se sarebbe interessante capire chi saranno gli esclusi. E in Italia? Anche nel nostro Paese nel 2016 il traffico su rete Ip quadruplicherà rispetto al 2011, con un tasso di crescita composto annuale del 29 per cento. Parliamo complessivamente di 24 exabyte di dati, l’equivalente del contenuto di quasi 6 miliardi di Dvd. Significa che ogni tre ore sulle nostre reti passeranno tanti gigabyte quanti l'equivalente dell’intera filmografia mondiale digitalizzata. Buona visione.
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Categorie: Economia digitale, Web/Tecnologia
11 maggio 2012 - 19:48
Il 3 marzo 2012 un caro amico del Politecnico di Milano mi manda la mail che potete leggere qui sotto. Mi presentava Andrea Vaccari, il giovane fondatore di Glancee, una (allora) sconosciuta app, un po’ social network e un po’ piattaforma di “appuntamenti” virtuali per nerd geolocalizzati. Mi scarico la app e non mi piace per niente. Funziona male, anzi malissimo, almeno secondo me. Perché devo scriverne? Due mesi dopo, il 5 maggio 2012, Facebook si compra Glancee. Non avevo capito niente.Glancee probabilmente non era e non è la migliore app “social” del mondo e infatti il buon Zuckerberg credo abbia voluto assicurarsi i “cervelli” di Vaccari e soci (cervelli italiani). Però l’idea di Glancee era ottima, al di là della sua realizzazione contingente. Avrei dovuto capirlo, vederlo, intuirlo. E invece niente. Ho deciso di fare un post su questa cosa non tanto perché sia in vena di harakiri ma semplicemente per dimostrare, semmai ce ne fosse bisogno – e non ce n’è bisogno – quanto certe logiche legate all’informazione in cui noi giornalisti siamo immersi siano vecchie e perdenti. Bisogna cambiare.
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Categorie: Economia digitale, Opinioni
13 aprile 2012 - 17:38
«È demagogico sostenere che, per un’azienda, l’unico modo di portare valore a un territorio sia attraverso le tasse». Carlo D’Asaro Biondo, vicepresident di Google e country manager ad interim per l’Italia, passa al contrattacco e risponde alle accuse che vengono rivolte a Mountain View dai suoi "nemici" storici, broadcaster televisivi e operatori telefonici in primis. Partendo dalla scelta di non investire direttamente nel nostro Paese e di preferire regimi fiscali meno oppressivi, come l’Irlanda. Ma uscendo anche allo scoperto con aziende come Mediaset e Sky, che sostengono di vedere i loro contenuti scippati da piattaforme come Youtube a fronte di investimenti annui in nuovi contenuti, solo in Italia, pari a oltre un miliardo di euro.
L’Agcom dovrebbe varare entro la fine del suo mandato una norma sul copyright che, almeno nella sua formulazione iniziale, potrebbe attribuirle il potere "amministrativo" di oscurare i siti pirata. Una facoltà che, fino a oggi, è stata esclusiva della magistratura. Cosa ne pensa?
Quando parliamo di lotta alla pirateria prima di decidere chi oscura dovremmo fare chiarezza su cosa è lecito oscurare. Cioè su cosa vìola effettivamente il diritto d’autore. Su questo punto vedo che ci sono opinioni diverse. È chiaro che se parliamo di pedopornografia o di qualsiasi altra forma di violenza è tutto semplice, ma quando c’è di mezzo il diritto d’autore la materia si complica. Qualsiasi norma che verrà approvata in relazione a internet dovrà tener conto degli interessi della società e non dell’industria.
Ci sono norme che un’azienda come Google teme?
Non credo facciamo bene al mercato regolamentazioni favorevoli al mantenimento dello status quo dei grandi gruppi. Nessuno di noi ha la certezza assoluta che il suo modello di business funzionerà a vita. Google è costretta ogni giorno a innovare, il 50% dei nostri addetti sono ingegneri che pensano al futuro, investiamo ogni anno un terzo del fatturato in ricerca e sviluppo. Molto di più degli operatori di telecomunicazioni o di aziende di altri settori. Il domani dobbiamo meritarcelo.
Ce l’ha con le telco? Anche loro vi vedono più come "nemici" che come alleati, perché sostengono gli intasiate i network senza investirci.
Non ce l’ho con nessuno e del resto molta gente si dichiara nostra nemica ma poi lavoriamo bene insieme. Google fornisce diverse cose alle telco a partire dalla motivazione che spinge gli utenti ad acquistare i loro servizi. Perché senza Youtube, Google o altri i servizi di banda larga si venderebbero molto più difficilmente. Poi forniamo ai gestori telefonici Android, la piattaforma per la telefonia mobile aperta e gratuita più diffusa. E ancora, lo ripeto, noi investiamo più di loro in infrastrutture. Non esistono solo i "tubi", ma anche i computer, i server, lo storage... e non dimentichiamoci che i network rendono e non è vero il contrario. Aziende come Telecom Italia si trovano con un grosso debito per colpa di operazioni sul capitale fatte anni fa. Non confondiamo quindi problemi economici con quelli finanziari.
Google è uno dei motori dell’innovazione nel settore tecnologico, ma in molti vi accusano di violare i contenuti altrui, di essere dei "parassiti". Cosa risponde?
Nessun parassitismo. Google ha un atteggiamento molto responsabile nei confronti del diritto d’autore, siamo coscienti che la nostra dimensione aziendale ci obbliga a un comportamento fortemente protettivo nei confronti del copyright e siamo convinti che senza protezione dei contenuti si danneggi la creazione. Però è necessario tutelare la libertà di espressione dei soggetti più piccoli. Mi permetta: è curioso che la tutela dei piccoli sia delegata a un’azienda che capitalizza oltre 200 miliardi di dollari in Borsa e che, in alcuni settori strategici, ha una posizione di monopolio non trascurabile. Internet è un grande strumento di democratizzazione e piattaforme come la nostra consentono ai piccoli di gareggiare con i grandi. Youtube, per esempio, permette a molti artisti sconosciuti di emergere e di farsi conoscere a una platea incredibilmente vasta.
Aziende come Mediaset e Sky sono molto dure con voi. Dicono che vi appropriate dei loro contenuti e che generate ricavi attraverso le inserzioni pubblicitarie.
Google negli ultimi anni ha fatto un gran lavoro in merito. Abbiamo investito oltre 30 milioni di dollari per creare Content Id, uno strumento che consente a chi lo desidera di eliminare dalle nostre piattaforme i contenuti che si vogliano proteggere. Vorrei inoltre ricordare che ridistribuiamo il 70% dei ricavi pubblicitari ai produttori di contenuti.
Vi viene contestato che Content Id funzioni solo su segnalazione, infatti sono i produttori che vi devono dire cosa togliere. Loro ritengono che quest’onere spetti a voi.
È una questione di buon senso. Come potremmo agire se non dietro segnalazione, con tutti i video che vengono caricati ogni secondo su Youtube? Con il porno ci riuscite. Anche qui, agiamo dietro segnalazione e comunque in questo caso è più semplice perché c’è un software che riconosce l’incarnato umano, il colore della pelle, e quindi fa scattare tutta una serie di alert. Se Mediaset compra un film da Time Warner come facciamo a saperlo? Che il proprietario dei contenuti si rifiuti di dire che il contenuto è suo mi sembra strano.
In molti rimarcano il fatto che Google non investa in Italia e in più che non paghi le tasse nel nostro Paese.
È demagogico sostenere che l’unico valore che un’impresa porta sia attravero le tasse. Pagare le tasse non basta.
Però sarebbe già un discreto punto di partenza.
Ovvio, ma quello che voglio dire è che una multinazionale come Google può portare tanto valore anche indirettamente. In un mondo globalizzato una multinazionale applica le leggi che trova e se ci sono Paesi che hanno regimi fiscali pensati in un’era antecedente alla globalizzazione sarebbe meglio rivedere queste tassazioni. Pensi agli investimenti che facciamo in cultura, a un’iniziativa come Art Project che ha digitalizzato 32mila opere d’arte nel mondo.
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Categorie: Copyright, Economia digitale, Editoria
30 gennaio 2012 - 22:07
Io credo che questa volta il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, abbia sbagliato. E così è finita che per lanciare uno scappellotto politico – nello specifico ai grillini e al loro movimento internettaro – abbia involontariamente colpito uno strumento “neutrale” come il web. Uno strumento in Italia ampiamente sottoutilizzato, infrastruttura cardine di un’economia nascente, come quella del digitale, che avrebbe bisogno di sponsor e non di detrattori, di pragmatismo e non di moralismo. Nella sua lectio all’università di Bologna, che gli ha conferito la laurea honoris causa in relazioni internazionali, il capo dello Stato ha infatti detto, tra le altre cose: «Non si prenda l'abbaglio di ritenere che, di fronte alla crisi dei partiti, la soluzione sia offerta dal miracolo delle nuove tecnologie informatiche, dall'avvento della Rete, che fornisce in maniera fino a ieri imprevedibile accessi preziosi, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico, di dare stimoli all'aggregazione e consentire la manifestazione di consensi e dissensi. Ma anche altri canali da tempo consolidati, come quelli associativi, pur esercitando sulla politica una non trascurabile influenza, non sono apparsi mai sostitutivi dei partiti». In un Paese normale la retorica e la difesa ad oltranza del web, pur inteso come leva di sviluppo e come catalizzare di posti di lavoro, sarebbe ridicola. Me ne rendo conto. Ma non Italia dove in molti ambienti e in molti tavoli quando parli di internet ti vedono ancora come uno “smanettone” un po’ sfigato, qui no, qui internet va difeso come un Panda, incentivato come forse mai questo vecchio Paese saprà fare. Perché tutte le “agende” del mondo non basteranno a cambiare la testa di chi utilizza Twitter come un parrucchino, per sembrare più giovane, e non come una Ferrari, per andare più veloce.
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Categorie: Economia digitale
19 gennaio 2012 - 8:20
Diritto d’autore e libertà della rete sono un signore attempato e un giovane nerd che si prendono a sberle. Sono due “partiti” in guerra, due “religioni” diverse. O almeno così ci hanno spiegato. Peccato, perché sarebbe ora di cambiare approccio e mettersi occhiali diversi per vedere questo mondo che cambia. Da un lato c’è un modello di business datato ma sufficientemente irrinunciabile – quello basato sul copyright – nato e cresciuto quando internet era ancora una parola sconosciuta. Dall'altro una “filosofia” furbetta e un filo populista, che tuttavia morde giustamente il freno per innovare. Eppure Murdoch che accusa Google, via Twitter, di essere il “leader mondiale della pirateria” mi fa troppo ridere perché significa che quel signore anziano che smanetta con i social network – pur essendo un guru dell’editoria (tradizionale) – non ha capito nulla di cosa sia Google. E anziché farci affari o al limite comprarselo, Google, sfidando il sicuro no di qualsiasi Antitrust, imbocca la strada più semplice: trasformarlo in Charlie, il nemico preferito del suo personalissimo Vietnam. Ma allo stesso modo chi pretende, reclama, esige che ogni contenuto in rete sia gratuito, per grazia del Santo Spirito del Cyberspazio o per giusto esproprio dei mondi virtuali - un po' alla Richard Stallman, tanto per intenderci (Stallman ti adoro ma io sto con Linus Torvalds) – mi fa ridere ancora di più perché gioca a fare il santone con gli dei degli altri. Dove per “dei” intendo investimenti, creatività, posti di lavoro, tempo e sudore per confezionare quel film, quel brano musicale, quell'inchiesta, quella app. Poi ci sono le leggi sbagliate come Sopa (lo Stop Online Piracy Act) e il Pipa (Protect Ip act). Ma questa è un'altra storia, ecco invece la vera questione: oggi chi produce qualsiasi tipo di contenuto deve essere in grado di convincere il suo potenziale acquirente che vale la pena di comprarlo. O meglio: che non è strano, stupido o irrazionale acquistarlo. La storia di internet è andata così: molte cose sono gratis e per fortuna dico io! Del resto nella vita mica tutto si paga (insomma). Io abito a due passi da un parco pubblico bellissimo a Nord di Milano e per andarci non sborso una lira. Ma se in un caldo pomeriggio d'estate, seduto su una panchina di quello stesso parco, mi venisse voglia di un gelato, non potrei pretendere che il gelataio all'angolo me lo regali. La soluzione, quindi, è stimolare in modo onesto l'appetito di voi lettori con la qualità, i “gusti” giusti. Ah, dimenticavo: sul Nasdaq Google capitalizza 200 miliardi di dollari, la Newscorp meno di cinquanta miliardi.
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Categorie: Economia digitale
22 dicembre 2011 - 18:24
Gli italiani sono diventati acquirenti compulsivi di contenuti digitali su internet. E’ quanto sostiene nel suo Rapporto 2011 l’Ofcom (l’Autorità inglese delle comunicazioni), dal quale emerge che il 14% degli internauti italiani dichiara di comprare regolarmente contenuti online, contro l’8% degli inglesi, il 4% dei francesi, il 5% dei tedeschi e il 7% di americani e australiani. Ora: una dichiarazione di acquisto (in potenza) non è un acquisto (in atto) e qualche maligno, in rete, già si chiede se per caso gli italiani non millantino. Io credo invece che la tendenza sia reale, visto il tasso di crescita dell’ecosistema digitale in Italia, dall’ecommerce (+20% nel 2011, 8,2 miliardi di euro) alla pubblicità online (+15%, 1,2 miliardi). Certo, il difetto di questa ricerca è che l’Ofcom non entra nel dettaglio, non spiega cosa ricade sotto il cappello di “contenuti digitali” anche se è facile intuire che si tratti soprattutto di musica, film, videogiochi e news. L’importante ovviamente sarà insistere sulla qualità – in particolare per le news e i contenuti giornalistici – trasformando ogni inchiesta in un servizio “premium”, un po’ come avviene nella pay-tv.
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Categorie: Economia digitale
10 novembre 2011 - 2:18
C'è un'Italia che snobba gli odiosi rallenty della politica e tira dritto sulla strada dell'innovazione. E' il Paese dell'economia digitale e in particolare dell'ecommerce, un business sempre più solido che, secondo l'Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano (in collaborazione con Netcomm), nel 2011 varrà 8,141 miliardi di euro, +20% sull'anno precedente, quando la crescita 2010 sul 2009 era stata già di un buon 17 per cento (scarica il report in pillole). Numeri sui quali gli esperti non sono sempre d'accordo, per esempio nell'includere o meno tutto il capitolo del gioco online, ma comunque un boom sostenuto dalla “moltiplicazione” degli internauti, che nella fascia 18-64 anni hanno superato i 25 milioni, con il 35% di questi che ha fatto un acquisto online negli ultimi tre mesi. Parlando di settori, crescono bene tutti i comparti, con l'abbigliamento in pole position (+38%) grazie all'ottima performance di piattaforme come yoox.com. Seguono editoria, musica e audiovisivi (+35%), trainati da big come Amazon ma anche da merchant nostrani come Bol, Ibs.it e Feltrinelli. Per avere un'idea più precisa dei settori, degli 8 miliardi e cento la metà è fatta dagli acquisti online di viaggi (49%), il 10% dall'elettronica, il 10% dall'abbigliamento, il 9% dalle assicurazioni, il 3% dall'editoria e dalla musica, l'1% dai generi alimentari (grocery), mentre il rimanente 18%, classificato come “altro”, include servizi come le ricariche telefoniche, il couponing e i biglietti online. Tutto molto bello, se non fosse che siamo ancora “piccoli”: il commercio elettronico italiano vale un sesto di quello inglese (51 miliardi di euro, +10% nel 2011), un quarto di quello tedesco (34 miliardi, +10%) e meno della metà di quello francese (20 miliardi di euro, +12 per cento).
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