Grazie per i vostri post, leggerli è stato appassionante. Ma prima di parlare di Google e della sentenza, prima di ogni teoresi, vorrei fermare le macchine per un secondo e non dare per scontato il fattaccio che sta all'inizio di tutta questa vicenda: il video postato nel 2006 che ritraeva un diversamente abile picchiato e offeso. I responsabili che lo hanno girato e messo in rete hanno pagato, ma l'amarezza della famiglia e del ragazzo credo rimarrà per sempre, al netto del perdono, che però è una categoria troppo elevata per essere trattata in un blog.
La sentenza italiana di condanna a sei mesi di carcere per i tre dirigenti di Google ha fatto il giro del mondo e ha scomodato anche il dipartimento di Stato americano, che ha subito preso le parti dell'azienda di Mountain View. «È spiacevole che le autorità italiane abbiano cercato di imporre ai rappresentanti di una società privata una censura preventiva dei contenuti», aveva detto lo scorso 2 marzo, nel corso di un'audizione al Senato, Michael Posner, assistente segretario di Stato per la democrazia, i diritti umani e il lavoro. La dicitura “diritti umani”, che accompagna la qualifica di Mr. Posner, mi colpisce molto. Un disabile viene picchiato e ripreso da alcuni cretini, il video viene messo su una piattaforma internet che appartiene a una multinazionale che capitalizza in Borsa oltre 170 miliardi di dollari – intendiamoci, mica una colpa – e una delle prime considerazioni che l'esperto di diritti umani regala al mondo riguarda la censura di un contenuto che calpesta ogni diritto e qualsiasi democrazia. Cosa sbaglio?
Veniamo ai pareri della persone. Da molti la sentenza su Google è stata percepita come un attacco alla libertà della rete e lo dimostra anche la maggior parte dei vostri post. Una percezione secondo me sbagliata perché di attacco alla libertà della rete si sarebbe potuto parlare se nella sentenza si fosse affermata davvero la necessità di un qualche “controllo preventivo dei contenuti”. Se il giudice avesse detto a Google: “Occhio ragazzi, d'ora in poi dovrete controllare uno a uno i milioni di video che ogni giorno vengono postati sulla vostra piattaforma”, allora sì, che sarebbe valsa la pena insorgere. Leggo a pagina 93 delle motivazioni scritte dal giudice Oscar Magi: “Esiste quindi, a parere di chi scrive, un obbligo NON di controllo preventivo dei dati immessi nel sistema, ma di corretta e puntale informazione, da parte di chi accetti e apprenda dati provenienti da terzi, ai terzi che questi dati consegnano”.
I dirigenti di Google sono quindi stati condannati perché, secondo il giudice, ai tempi della piattaforma Google Video, non c'è stata un'adeguata informativa sulla privacy. Perché Google non ha rispettato la legge italiana sul trattamento dei dati personali e perché questi dati avrebbero comunque e in qualche modo potuto creare profitti attraverso il meccanismo dei link e delle inserzioni pubblicitarie. Anche se su questo punto il nuovo country manager di Google Italy, Stefano Maruzzi, che nel 2006 era in un'altra azienda ma che ora si trova questa e altre gatte da pelare, la pensa diversamente, così come ha dichiarato nell'intervista che mi ha rilasciato lo scorso 26 marzo (Leggi il Pdf del Sole 24 Ore). Anche il Garante della privacy, Francesco Pizzetti, in una intervista al Sole24Ore.com esprime sulla sentenza qualche perplessità anche se di fatto, alla fine, non manca di approvarla nelle sue linee più generali (leggetela fino in fondo).
Altro tema è invece quello del carcere. E' stato giusto prescrivere sei mesi di detenzione ai tre dirigenti di Google? La risposta, secondo me, è ovvia: no, non è stato giusto, loro quel video non l'hanno caricato né girato. Ma secondo la legge italiana pare non si potesse fare altrimenti, anche se giustamente quei sei mesi di carcere non verranno mai scontati e saranno quindi commutati. Per una piattaforma tecnologica il carcere è forse un pena parossistica nell'era del web 2.0, dei contenuti generati dagli utenti, ma per quanto la normativa sulla privacy sia stata rivista nel 2003 l'impianto complessivo della legge, come “cultura”, risale alla metà degli anni '90, cioè quando il web, così come lo conosciamo oggi, iniziava a emettere i suoi primi vagiti. Lo ha detto lo stesso giudice Magi nella mia intervista: “Forse in Italia queste norme sulla privacy puntano troppo sul meccanismo della pena intesa come carcere e poco su pene alternative”.
Sono allergico alle ideologie e vado d'accordo con i fatti perché le ideologie sono facili da sposare mentre per andare a cercare i fatti (e le notizie) spesso bisogna prendere il badile e farsi venire i calli alle mani. Assieme ad Apple, Google è l'azienda più innovativa degli ultimi vent'anni, sta rivoluzionando il mondo della rete, trasformandola in un medium complesso e inventando cose che prima non c'erano. E' un'azienda che mi entusiasma: i suoi prodotti sono eccezionali e quasi tutti gratis. Mentre in Italia si parla di garantire a tutti la connessione da 2 mega e il network di nuova generazione appare come miraggio nel deserto, questi signori stanno “sperimentando” città cablate a 1 Giga. Roba da fantascienza.
Per innovare serve di solito infrangere qualche vecchia regola del gioco ma non è detto che tutte le regole siano da buttare. Anzi. Certo, la legge italiana sulla privacy è molto complessa e probabilmente va adattata alla fisionomia di una realtà (digitale) che cambia. Ma il tema della privacy ha un qualche senso oppure no? Secondo me ha senso. L'importante è però non dire il falso: in questa storia la libertà della rete non c'entra nulla. C'entra piuttosto la tutela dei dati personali. E da qui possiamo partire a ragionare.
Piccolo aggiornamento. Il post qui sopra l'ho pubblicato intorno all'una di notte di oggi, martedì 20 aprile, poi sono partito per una settimana di ferie. Questa sera mi collego e leggo la notizia che dieci autorità della privacy di tutto il mondo - tra le quali Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito - hanno scritto al Ceo di Google, Eric Schmidt, preoccupate per il modo in cui l'azienda californiana tratta i dati personali degli utenti. Leggi la lettera dei 10 Garanti della privacy a Google (Daniele Lepido)